Coltivare la vite: il sistema Sylvoz

Coltivare la vite: il sistema Sylvoz

Coltivare la vite

Le caratteristiche del sistema Sylvoz

Davvero particolare è la disposizione e la conformazione delle viti coltivate con il sistema Sylvoz. I filari sono collocati a una distanza di tre o quattro metri l’uno dall’altro, e lungo di essi si trovano ceppi di circa un metro e mezzo di altezza dai quali si diparte un ramo (cordone) permanente la cui lunghezza è compresa tra 1.5 e 2.5 metri. Questo cordone è legato orizzontalmente a un filo, e lungo di esso alla distanza di circa 35-50 centimetri sono inseriti i tralci che porteranno frutto. Su ogni vite in genere si possono trovare dai quattro ai sei tralci, ciascuno dei quali dotato di 8-10 gemme.


Nel sistema Sylvoz i pali verticali che costituiscono i filari sono collegati da 4 o 5 diversi fili, intervallati fra loro di una cinquantina di centimetri, con il primo che si trova a un’altezza da terra di un metro circa. Il cordone permanente della vite è legato al secondo filo dal basso, e i suoi 4-6 tralci vengono piegati all’ingiù e legati al filo più vicino al terreno. Nel corso dell’annata, la vegetazione che si svilupperà dalla vite coltivata a Sylvoz crescerà verso l’alto andando a “riempire” i fili sovrastanti sino a un’altezza di circa tre metri.

Pro e contro del sistema Sylvoz

Questa forma di allevamento può essere impiegata con successo per la coltivazione della vite nei terreni nei di pianura profondi, umidi e caratterizzati da una elevata fertilità. Il Sylvoz è inoltre adatto alle zone pedecollinari, e consente alle viti delle cultivar più vigorose di dare il meglio di sé in termini di produttività. Tuttavia a risentirne è la qualità della produzione, che il più delle volte non è paragonabile a quella delle uve ottenute da altri sistemi di coltivazione come ad esempio il Guyot.


Bisogna inoltre ricordare che il Sylvoz è un sistema di allevamento piuttosto oneroso in termini di sforzi e costi. Infatti, a causa delle grosse dimensioni raggiunte dalle viti, la potatura risulta impegnativa perché prima della ripresa vegetativa è necessario eliminare tutta la vegetazione che ha prodotto l’anno precedente. Inoltre, per l’arcuatura verso il basso e la conseguente legatura dei capi a frutto al primo filo occorre molto tempo.

Anche la manutenzione nel Sylvoz richiede sforzi non certo da poco, dal momento che ogni anno è necessario tirare nuovamente i fili ed eventualmente sistemare i pali che potrebbero essersi piegati a causa della mole di vegetazione prodotta.

Nelle zone caratterizzate da una forte ventosità, il sistema Sylvoz è sconsigliato poiché improvvise folate di vento dirette perpendicolarmente ai filari potrebbero causare il distacco dei cavi o addirittura il crollo delle strutture portanti.

Una interessante modifica del Sylvoz: il metodo Miotto

Per ovviare ad alcuni dei problemi che maggiormente penalizzano il Sylvoz, in Veneto è stato messo a punto intorno alla metà degli anni Settanta un sistema alternativo di coltivazione, il “Miotto”, che deve il nome al suo inventore. In questa forma di allevamento modificata, le strutture di sostegno della vegetazione lungo i filari non sono più costituite da una serie di fili paralleli come nel Sylvoz normale.

Al di sopra del filo al quale è legato il cordone permanente è invece presente una sorta di ‘gabbia’, costituita da tre fili disposti a triangolo, nella quale la vegetazione è libera di arrampicarsi. In questo Sylvoz modificato, dunque, mentre i tralci sterili della vite che portano solamente le foglie cresceranno verso l’alto, aggrappandosi alla gabbia, quelli produttivi con i grappoli di uva andranno verso il basso trascinati dal loro stesso peso.

Grazie alla variante Miotto del metodo Sylvoz la vegetazione non risulterà più ammassata, e in questo modo si migliorerà la circolazione dell’aria impedendo la formazione di sacche di umidità (pericolose perché favoriscono gli attacchi di funghi e di muffe). La migliore insolazione garantita alle viti, inoltre, determinerà risvolti positivi sulla qualità delle uve.

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